Cocomaro di Focomorto (FE)


Cocomaro di Focomorto è una frazione, di 466 abitanti, del comune di Ferrara di cui essa fa parte. E' situata ad est della città dalla quale dista 7,25 chilometri. L'area è citata in alcuni documenti risalenti al 904, il suo nome era Val di Zucche e Val di Cuccula. Si hanno anche notizie del borgo in riferimento alla sua chiesa, risalente al 1141 dedicata a San Nicolò. Crollata nel 1642 fu successivamente ricostruita dalla Congregazione Benedettina Olivetana del Monastero di San Giorgio fuori le mura, mentre nel 1790 fu rifatto il campanile in stile barocco. L'abitato odierno si sviluppa lungo l'argine sinistro del Po di Volano, le cui acque lo separano da Cocomaro di Cona, sulla sponda opposta. Fra gli uomini illustri nati a Cocomaro di Focomorto si ricordano Ugo Malagù, pubblicista, e il celebre tenore Onelio Finca.

Cocomaro di Cona (FE)


Il nome deriva da Cucumarious, forma antica di Cocumario, pentola, pignatta, cuccuma. La località è meglio conosciuta  come Cocomarino cui si aggiunge la specificazione di Cona, perché dipendeva da quella chiesa. Le origini dell'abitato sono molto antiche, probabilmente risalenti a prima del Mille. Il borgo odierno è formato da alcune case sorte nell'antica golena del Volano e lungo l'argine destro del fiume dove, ora, scorre la strada (Via Comacchio). Cocomaro di Cona è una frazione di Ferrara di 433 abitanti, facente parte della Circoscrizione 4. Nel borgo sorge la parrocchia dell'Assunzione, divenuta tale nel 1632 con la costruzione della chiesa. Il paese odierno si è sviluppato nell'antica golena del Po di Volano e si estende fra Aguscello e Cona. La piccola chiesa è dedicata all'Assunzione; ai tempi del Guarini fu affidata agli Olivetani di S. Giorgio ed elevata a parrocchia nel 1632. L'interno fu abbellito una prima volta nel 1760 e, ancora nel 1763; mentre il campanile elegante nella sua semplicità, risale al 1892. Un tempo v'era un palazzo detto la Camerina, di proprietà del Marchese Verano da Camerino, che fu poi degli Strozzi, dei Bentivoglio e dei Lombardi. Nelle campagne dominano lussureggianti frutteti. La sagra paesana cade il 15 agosto.

Il Grande Fiume

Schematizzazione dell'evoluzione del delta del Po dal 1604, data della chiusura dell'imbocco del fiume Reno nel Po, fino al 1985.
(Fonte: Wikipedia)
Il fiume Po era geograficamente conosciuto già ai tempi dell'antica Grecia col nome di Eridanós (in greco antico Ἠριδανός, in latino: Eridanus; nell'italiano letterario Eridano); in origine stava ad indicare un fiume mitico, indicato grossolanamente a sud della Scandinavia, che si formò dopo l'ultima glaciazione europea (Würm). Il nome italiano Po si ottiene quindi dalla contrazione del latino Padus > Pàus > Pàu > Pò. In diverse lingue slave (ceco, slovacco, polacco, sloveno, serbo, croato) ma anche nelle lingue romanze, quali il romeno, spesso si usa ancora chiamare questo fiume Pad o Padus. Prima della caduta dell'Impero romano d'Occidente, il corso principale del fiume Po seguiva il ramo di Primaro, quindi molto più a sud rispetto al corso attuale, sfociando a 17 km da Ravenna.
Durante il dissesto idrografico del Veneto del VI secolo, il corso principale del Po si spostò più a nord seguendo il ramo di Volano. La tradizione indica una data, il 17 ottobre 589, coincidente alla rotta della Cucca, ma da una lettera di Cassiodoro ai “marinai” veneti si viene a sapere che già nel 537-538 il Po di Volano era il ramo più attivo. Questi due rami, il Volano e il Primaro, per il naturale processo di sedimentazione del trasporto solido e la scarsa manutenzione dei loro alvei, divennero pensili ed esondarono frequentemente. Nel 1152, a seguito di forti e frequenti precipitazioni, il Po ruppe gli argini in più punti presso Ficarolo ed allagò la campagna e le valli del Polesine. La rotta rimase poi disalveata per circa una ventina d'anni.
I rami del Po di Volano e di Primaro persero progressivamente di portata e di importanza; il nuovo corso del fiume si assestò su un tratto più settentrionale, che corrispondeva grosso modo a quello attuale fino ad Ariano, dove si separava in due rami: il Po di Fornaci, che proseguiva direzione nord-est e sfociava nel mare Adriatico presso Porto Viro, che all'epoca si trovava sulla costa nel territorio controllato dal Dogado di Venezia; il Po di Ariano, che seguiva grossomodo il tratto attuale del Po di Goro e sfociava alla Mesola.
Il Tartaro e l'Adige divennero gli ultimi affluenti di sinistra del Po delle Fornaci.
Gli Estensi, che all'epoca governavano su tutto il territorio attraversato dal basso Po, si occuparono dei lavori di arginatura del nuovo ramo, che in seguito prese il nome di Po di Ficarolo. Diversi villaggi ed abitati furono addirittura divisi in due: per esempio Santa Maria Maddalena (frazione dell'odierna Occhiobello) fu separata da Pontelagoscuro, la Guardazzola (l'odierna Guarda Veneta) dalla Guarda (l'odierna Guarda Ferrarese, frazione di Ro), Adria da Corbola e Berra da Ariano.
In seguito dal Po di Fornaci si formarono altri tre rami del delta: il Po di Tramontana verso nord, che sfociava presso l'attuale Rosolina, il Po di Levante verso est, che corrisponde grossomodo all'omonimo canale attuale, e il Po di Scirocco verso sud. In particolare, fu il Po di Tramontana a preoccupare, diversi secoli dopo, i veneziani e a spingerli, nel 1600, a compiere l'opera di ingegneria idraulica chiamata taglio di Porto Viro, ultimata nel 1604, e dare al Po il corso che ha ancora oggi.
Il taglio di Porto Viro fu una grande opera idraulica realizzata nel Delta del Po dalla Repubblica di Venezia, cominciata il 5 maggio 1600 e ultimata il 16 settembre 1604.
Dal Po di Venezia, allora "Po di Corbola o Po del Mazzorno", anche di Longola (e prima ancora Po delle Fornaci, il cui ramo settentrionale era il Po di Tramontana), si deviò il corso del fiume Po da Cavanella Po (porto di Loreo) nella Sacca di Goro scavando un canale di 7 km, che costituisce parte del tratto dell'attuale Po di Venezia. Il Po delle Fornaci giunto alle dune di Loreo si divise in tre rami, verso nord est (tramontana), verso est (levante), e successivamente un altro verso sud (scirocco), così questi tre rami furono chiamati Po di Tramontana (il più attivo), Po di Levante, e Po di Scirocco.
Il delta del Po era anche una delle "Vie del sale", un sistema di comunicazione e trasporto fluviale di vitale importanza sia per la Serenissima sia per gli Estensi di Ferrara. Questo consentiva i trasporti in maniera efficiente dall'Adriatico sino alle zone ricche del milanese e del bresciano.
Venezia aveva da tempo progettato l'intervento, ma la presenza a Ferrara degli Estensi, rivali nel controllo della "via del Sale", rimandò l'inizio dei lavori in quanto ciò avrebbe causato una guerra; tanto più che gli stessi Estensi necessitavano dell'apporto d'acqua del Po per mantenere attivi i loro porti lungo le foci del Volano e dell'Abate.
La cessazione del dominio estense a Ferrara nel 1598 e il passaggio del Ducato direttamente allo Stato Pontificio come semplice provincia di confine incoraggiò Venezia nell'impresa.
Papa Clemente VIII aveva inoltre proclamato anno santo il 1600 e non poteva impegnarsi in guerra.
Il Doge Marino Grimani diede quindi inizio ai lavori sotto la direzione del Provveditore Alvise Zorzi. I lavori durarono più di 4 anni, anche per sabotaggi e scioperi fomentati dalla Santa Sede.
Il 16 settembre 1604 il Provveditore al taglio Zuan Giacomo Zane comunicava la conclusione dei lavori con questo messaggio al Doge:
«Hoggi alle hore 19, con il favor del Signor Dio, si ha dato l'acqua al novo Taglio, la quale vi è entrata per 50 e più aperture che si sono fatte nel medesimo tempo nell'argere, et dopo haver fatto un poco d'empito, in spatio di un'hora circa, si parizò con l'altra acqua dell'alveo, et continuò il suo corso...»
Le controversie si appianarono dopo anni di trattative e solo il 15 aprile 1749 venne stipulato un trattato tra Papa Benedetto XIV e il Doge Pietro Grimani ponendo fine alle ostilità, con la realizzazione di una linea di confine riconosciuta dalle parti, la Linea dei pilastri.
I nuovi territori furono appannaggio dei nobili Veneziani che vi costruirono le residenze estive di caccia. Attorno a queste ville sorsero piccoli agglomerati urbani che ancora conservano i toponimi del tempo: Ca' Cappello, Cà Cappellino, Ca' Contarini, Ca' Cornera, Ca' Dolfin, Ca' Farsetti, Cà Giustinian, Ca' Lattis, Ca' Mello, Ca' Mocenigo, Ca' Mora, Ca' Morosini, Ca' Negra, Ca' Papadopoli, Ca' Pasta, Cà Pesara, Ca' Pisani, Ca' Sanudo, Ca' Segreda, Sullam, Ca' Tiepolo, Ca' Venier, Ca' Zen, Ca' Zulian, Donà (Donada).
Le enormi quantità di sedimenti formarono parte dell'attuale Delta del Po, a est del cordone di dune fossili, una linea che congiungeva Massenzatica a Donada, passando per San Basilio di Ariano, Mazzorno destro e Mazzorno sinistro. Si formò gradualmente l'intero territorio del Comune di Porto Tolle e la parte est del Comuni di Mesola, Ariano nel Polesine, Taglio di Po (quasi completamente), e Porto Viro. Si formarono nuove isole abitabili nel Delta del Po, tra cui: l'Isola di Cà Venier, l'Isola della Donzella, l'Isola di Polesine Camerini, nonché, abitate solo d'estate, l'Isola di Barricata, quella dei Gabbiani e altre. La graduale estensione territoriale viene descritta in questo modo a pag. 32 vol. 5 parte II, del libro "Grande Illustrazione del Lombardo-Veneto" di L. Gualtieri di Brenna e Cesare Cantù, edito nel 1857-1861 a Milano da A. Tranquillo Ronchi, 1857-61:
«Quando si faceva il taglio di Porto Viro, il mare era a Contarina (Speron Contarini) o poco più basso, e certo è tutto nuovo il gran delta tra Maistra e Gnocca, nuovo un analogo prolungamento di Goro, vale a dire una linea lunga oltre dodici miglia, larga altrettanto nel corso di due secoli e mezzo. Particolarmente quanto allo spazio chiuso tra i rami Goro e Gnocca nell’isola di Ariano, ho sottocchio una carta firmata dai chiarissimi ingegneri Pasetti e Paleocapa. Premesso che nel 1578, quando Alfonso II d’Este fabbricava il palazzo della Mesola, era questa boscaglia sul lido del mare, rilievo da quella carta che nel 1647 giungea il fiume fin dove oggi sono le valli Argana e Veniera, nel 1749 sorpassava il luogo di Goro che gli era di già sorto sulle sponde, nel 1786 toccava Gorino, nel 1803 il Fortino, nel 1841 circa un altro miglio e mezzo erasi prolungato.»
Il taglio di Porto Viro incanalò le alluvioni nell'asse del vasto promontorio formato oggi dalle bocche del Po.
Più gli sbocchi a mare s'allontanavano, più crescevano i depositi sia per il pendio delle acque più scemato, sia perché le stesse erano imbrigliate fra dighe e argini, sia per il materiale trascinato dai monti dissodati. La Sacca di Goro rimase ben presto colmata, e i due promontori formati dalle due prime bocche si unirono in uno, la cui punta ora si trova 32 o 33 000 metri lontana da Adria: sicché in due secoli le bocche del Po tolsero quasi 14 000 metri al mare. Se dal 1200 al 1600 si avanzarono i terreni alluvionali 25 metri l'anno; 70 nei secoli XVI e XVII.
Se prima del 1600 il Delta si espandeva di circa 53 ettari l'anno, dal 1604 al 1840 si passò a 135 ettari l'anno.
La formazione di nuovi territori proseguì ulteriormente. Nel XIX secolo, con l'introduzione di idrovore a vapore, si realizzarono gradi opere di bonifica che, accompagnate dalla realizzazione di imponenti arginature, sottrassero in via definitiva grandi estensioni di terreni alla palude.
D'altro canto la realizzazione del taglio oltre a sottrarre acqua e materiali in sospensione alla laguna veneta, impedendone l'interramento (scopo dell'intervento idraulico), accentuarono l'interramento del Po di Primaro e del Po di Volano, rendendoli inutilizzabili per la navigazione a tal punto che attualmente non sono più rami del Po, ma canali di bonifica.
Per impedire ulteriormente l'afflusso di acque fangose, non ritenendo sufficiente il taglio di Porto Viro, fu ritenuto necessario intestare il Po di Tramontana e la Bocchetta (1612) e il Po di Fornaci (1645). Del Po di Tramontana è rimasto solo e ancor oggi visibile il paleoalveo tra le valli a sud della foce dell'Adige.
Il Po delle Fornaci restò isolato dal Po Grande (Po di Venezia), fungendo da convogliatore delle acque del Tartaro, già allora chiamato Canalbianco-Po di Levante.
Il Po di Levante, durante le grandi bonifiche operate negli anni trenta del secolo scorso, riguardanti l'idrovia Fissero-Tartaro-Canalbianco, venne staccato dal Po di Venezia, rimanendone collegato tramite la conca di navigazione di Volta Grimana, e divenne il ramo terminale del Canalbianco.
Il prolungamento del delta all'interno della Sacca di Goro provocò la divisione della stessa: la parte nord venne rinominata Sacca degli Scardovari, la parte sud Sacca dell'Abate che venne poi rinominata Sacca di Goro. Nei territori pontifici tale opera, osteggiata sin dall'inizio, determinò l'interramento della chiavica dell'Abbate e peggiorò le condizioni di scolo delle acque della bonifica provocando l'impaludamento di oltre 20.000 ettari di terreno bonificato dagli Estensi, nonché l'interramento parziale della Sacca. Il ridotto apporto di materiali comportò inoltre, a sud della Sacca dell'Abate, l'erosione della linea di costa. Sono stati trovati sommersi a 5 km al largo di Ravenna resti di un molo in muratura risalente all'epoca medioevale.
Il progressivo spostamento verso nord del delta del Po è un fenomeno naturale dovuto al maggiore apporto di sedimenti degli affluenti appenninici rispetto a quelli alpini, i quali depongono parzialmente i materiali in sospensione nei laghi alpini e conferiscono acque meno torbide. Il taglio di Porto Viro modificò le conseguenze di questi fenomeni naturali.
Altri fattori sono intervenuti nel XX secolo, rallentando la formazione di nuove terre: la subsidenza e il prelievo dagli alvei di materiali inerti per le costruzioni. In particolare la subsidenza provocata dalle estrazioni di metano, soprattutto negli anni quaranta e cinquanta, provocò l'abbassamento del terreno anche di 3,5 metri sotto il livello del mare.

La grande opera ha dato il nome ai Comuni di Taglio di Po e, sull'altra riva del fiume, a Porto Viro; inoltre a Taglio di Donada, località dell'ex Comune di Donada.
Oggi il Po di Volano (o semplicemente Volano) è un ex-ramo deltizio del fiume Po che si separa dal corso principale in destra idrografica all'altezza di Stellata, per attraversare la città di Ferrara. Dopo il Taglio di Porto Viro operato dai Veneziani nel 1604 il ramo di Volano, così come quello di Primaro, si è progressivamente interrato e ridotto ad un canale regolato. Sfocia in mare con una foce ad estuario a est di Codigoro, presso il Lido di Volano; tra le due località forma un'area naturale protetta, la riserva naturale Po di Volano. Il ponte più antico che attraversa il fiume nell'abitato di Ferrara è il ponte di San Giorgio.
Il Po di Primaro, o più correttamente Po morto di Primaro è stato un ramo deltizio del fiume Po. Il nome Padus Primarius serviva ad indicare che il "Primaro" era il ramo principale del fiume. Solcava un lungo bassopiano con un corso meandriforme; si diramava dal Po principale (Padus Maior) appena fuori le mura di Ferrara e continuava verso sud-est bagnando Torre Fossa, Gaibana, Marrara, San Nicolò. A mezza via tra la città estense e la foce, il Primaro lambiva Argenta e poi proseguiva in direzione Sud-Est fino al mare Adriatico, dove sfociava con un estuario, 18 km a Nord di Ravenna. Da destra riceveva i fiumi e torrenti che nascevano nell'Appennino bolognese e pistoiese (Reno) e in quello romagnolo (dal Sillaro al Lamone). Il primo pontefice che si occupò del riassetto delle acque del bacino del Primaro fu Clemente VIII (papa fino al 1605). Con il termine “bonifica clementina” si riassumono una serie di interventi: nuovo escavo dell'alveo da Ferrara sino a Sant'Alberto; conduzione nel Primaro del torrente Sillaro; rettificazione del Santerno, che fu condotto lungo l'alveo abbandonato del Senio; distacco del Lamone, che fu condotto in mare su un altro corso. Verso la fine del Seicento il complesso di questi interventi aveva determinato una situazione di grave instabilità, con pericolo di alluvionamenti e conseguente allagamento del suolo in diversi punti. Alla metà del XVIII secolo furono utilizzati gli ultimi 40 km del letto del Primaro per farvi confluire il fiume Reno, che non aveva uno sbocco al mare ma spagliava nelle valli. Il punto di immissione fu localizzato presso l'abitato di Argenta. Fu scavato un canale di 30 km da Argenta fino al Reno, in direzione ovest. Il Reno fu immesso nel canale artificiale, il Cavo Benedettino, all'altezza di Sant'Agostino. Le paludi della Valle padusa che caratterizzavano la zona furono gradatamente quasi tutte bonificate. Ancora oggi il termine «Po di Primaro» è utilizzato a volte per indicare il tratto terminale del fiume Reno fino alla foce. Oggi, da Ferrara ad Argenta non riceve più acque (il suo percorso è comunque riconoscibile poiché l'ambiente naturale attorno al suo letto si è conservato nel tempo). Da Argenta al mare Adriatico nel letto del Po di Primaro scorre il fiume Reno.